A Trieste la cosiddetta “rotta balcanica” non ha mai conosciuto sosta ed i “passaggi” di immigrati che utilizzano questa via sempre attiva continuano in maniera sistematica, soprattutto in questo mese di agosto.

Non si contano più le segnalazioni sui social e sugli organi di stampa locali dei cittadini che indicano gruppetti di stranieri, migranti irregolari che hanno appena fatto ingresso in Italia.

Le segnalazioni giungono ormai da ogni parte della città, non solo a ridosso della linea di confine.

Anche i vestiari e gli oggetti, abbandonati sui sentieri del Carso e le relative foto “ messe in rete” testimoniano inequivocabilmente un flusso ininterrotto di persone.

Segnalazioni di un numero di passaggi ben superiori a quelli relativi al numero di rintracci messi in atto dalle forze dell’ordine.

Silenzio invece da chi questa situazione è chiamato a gestirla; dopo lo “comparsa” per pochi giorni nel mese scorso del Reparto Mobile e del Nucleo Prevenzione Crimine aggregato a Trieste, i poliziotti triestini sono rimasti “soli” a dover gestire una vera e propria emergenza, che non è tale solo sul piano della sicurezza, ma anche dal punto di vista sanitario: temi questi per nulla trascurabili.

Nonostante l’emergenza non sia assolutamente conclusa, ma anzi stia raggiungendo numeri mai registrati dagli anni ’90, tempi della guerra nella ex Jugoslavia e della “separazione” e indipendenza del Kosovo, non è dato capire perché quei contingenti di Polizia non abbiano proseguito la loro permanenza in quel di Trieste dando, almeno numericamente, un po’ di ossigeno ai poliziotti locali.

E dire che nel tarvisiano, territorio ben più circoscritto rispetto a quello ben più ampio del capoluogo giuliano, il rinforzo di uomini che permane da più di un anno ha prodotto degli ottimi risultati, a riprova del fatto che la presenza di più forze non è per nulla vana e tantomeno ingiustificabile.

Non si capisce quindi, dopo quell’esperienza così postiva, il perdurare del silenzio dell’Amministrazione alle richieste del SAP di rinviare nuovamente gli uomini necessari per il tempo necessario.

Oggi a Trieste per contrastare il continuo e crescente ingresso di clandestini, serve un segnale forte da parte dell’esecutivo aggregando un numero di operatori adeguato alle esigenze operative di una fascia confinaria estesa per più di 54 km come quella del capoluogo regionale.

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